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Incontro del 21 dicembre

BUON PASTORE 21.12.2014

LA FAMIGLIA DI NAZARETH: UN REGALO PER OGNI FAMIGLIA

PARROCCHIA “BUON PASTORE” GRUPPO FAMIGLIE 2014/2015

Iniziamo con un po' di arte...

Il dipinto da cui partiamo è quello di Van Eyck analizzato durante l’incontro del 18 ottobre, rappresentante il fidanzamento di una coppia. La scena rappresentata nel dipinto non ha le caratteristiche tipiche di un matrimonio: i due personaggi vestono abiti eleganti, ma non evidentemente da sposi. L’ambiente è una stanza e non una chiesa; lo sguardo dell’uomo e della donna non si incrociano.
La gestualità delle mani è anch’essa ambigua: la donna tiene il palmo della mano sinistra sul ventre rigonfio e che lascia pensare ad una gravidanza in atto;
Quella destra dell’uomo è in un atto tipicamente benedicente;
Le altre due mani non sono nella tipica posizione dello sposalizio, bensì la sinistra dell’uomo sorregge la destra della donna, quasi contenendola a mo’ di protezione.
Nella stanza spicca il lampadario e sullo sfondo uno specchio nel quale si intravvede la presenza di altre persone.
Altri particolari richiamano la ferialità dell’episodio: gli zoccoli
Altri particolari richiamano la ferialità dell’episodio: i sandali
Altri particolari richiamano la ferialità dell’episodio: il cagnolino
Si può vedere una allusione religiosa nell’unica candela accesa al lampadario e nelle scene della via crucis raffigurate nella cornice dello specchio.
Nell’insieme la scena potrebbe alludere anche ad un matrimonio o ad un fidanzamento, ma la descrizione è fatta certamente con toni slegati da un contesto religioso e sacrale.
Totalmente diversa la più famosa scena dello sposalizio della Vergine del Raffaello: in esso è molto più evidente il richiamo all’ambito religioso, riconoscibile nella disposizione dei personaggi e nell’edificio sullo sfondo.








SACRA FAMIGLIA, IL BENEDICITE - CHARLES LE BRUN, 1650 CIRCA, LOUVRE, PARIGI

GENERALE - Questo quadro di dimensioni modeste (1,40 X 90) venne commissionato dalla Confraternita dei Carpentieri ad un bravo pittore francese del '600, Charles Le Brun, Il dipinto che oggi si trova al Louvre, era destinato a decorare l'altare di una cappella della Chiesa di Saint Paul, del quartiere parigino Le Marais. Con questa offerta, i membri della Confraternita intendevano esprimere la devozione al loro santo patrono, San Giuseppe falegname. Ecco perché in primo piano sono raffigurati alcuni strumenti da lavoro e da sotto la bianca tovaglia fa capolino la gamba del tavolo finemente intagliata: questi attrezzi sono posti come offerte davanti all'altare come segno della santificazione del lavoro degli artigiani, i quali, esercitando il loro mestiere, sanno trasformare la materia del legno in opere meravigliose. Charles Le Brun era un artista che si era formato nella grande bottega di Simon Vouet, un maestro famoso e molto apprezzato, che aveva improntato la sua pittura a partire dalle suggestioni della tradizione italiana, dal chiaroscuro caravaggista, al tonalismo dei veneti, al classicismo dei bolognesi; Simon Vouet, dopo aver lavorato anche per il papa, a Roma, era diventato primo pittore alla corte del re Luigi XIII. Alla sua scuola crebbero gli artisti migliori del barocco francese, tra i quali appunto, Charles Le Brun che, nel 1642, divenne a sua volta pittore di corte del Re Sole, Luigi XIV, e direttore dell'Accademia Reale! Il Cardinale Richelieu fu un suo grande estimatore poiché la sua pittura di sapore raffaellesco interpretava al meglio il gusto classicheggiante allora in voga e la ricerca di un'arte di grande impatto emotivo e comunicativo. Non bisogna trascurare il fatto che che Le Brun aveva potuto vedere e studiare le opere di Raffaello direttamente essendosi recato lui pure a Roma, dove frequentò anche il laboratorio di Nicolas Poussin; tornato in Francia, lavorò al Louvre, a Fontainebleau, a Versailles e per numerose committenze di soggetto religioso per chiese e cappelle. Non va dimenticato il fatto che fu un artista pio, amico di Jean-Jacques Olier, che volle ritrarre se stesso in un suo capolavoro (La Pentecoste dipinta per il Seminario di Saint-Sulpice, oggi al Louvre) e di cui un biografo (Guillet de Saint-Georges) attesta che "morì mostrando grandi segni di devozione". Nel quadro della Sacra Famiglia, detto "Il Bendicite", Le Brun crea un'opera accademica raffinata e tuttavia di facile lettura, di profonda spiritualità e ricca di allusioni teologiche. Questa era una sua caratteristica costante: ogni soggetto religioso esigeva secondo lui un trattamento speciale, a partire dal disegno che doveva essere accurato e prevalere sul colore.

GESU' - Il soggetto della vita nascosta di Gesù, ossia la rappresentazione di momenti di carattere familiare della sua infanzia, era un tema assai caro alla spiritualità della Controriforma e in special modo del Berulle, protagonista assoluto della chiesa cattolica francese dell'inizio del '600. Berulle, nei suoi testi di spiritualità proponeva una visione positiva ed ottimistica dell'umanità, già redenta per opera dell'Incarnazione del Figlio di Dio. Nelle sue "Conferenze", nel 1614, egli affermava che "Poiché una gran parte della vita di Gesù è sta occupata da questa condizione sconosciuta, si deve certo ad essa una grazia immensa, di natura tale che essa penetra le anime di quelli che nel mondo conservano questa condizione di vita". Gli episodi dell'infanzia di Gesù, non narrati nei vangeli, offrivano agli artisti dell'epoca l'occasione per indagare la quotidianità, con una speciale attenzione all'ambiente domestico e agli oggetti; non potevano mancare però in questi dipinti, i riferimenti alla teologia, e sopratutto ai temi controversi nel confronto col mondo protestante, come per esempio l'Eucaristia.

GIUSEPPE - Nel nostro caso, Le Brun, ci presenta Giuseppe non tanto come artigiano al lavoro, ma prima ancora come paterfamilias, cioè come colui che interpreta il ruolo di primo catechista per il proprio figlio, secondo quando attestano le Scritture. Giuseppe infatti è raffigurato in piedi, con i calzari ed il bastone in mano, abbigliamento tipico della alla Cena Pasquale, secondo la descrizione di Esodo 12, 11. Anche il fatto che la Sacra Famiglia sia riunita attorno alla tavola non è casuale; il semplice pasto consumato in serenità, secondo la sensibilità spirituale del tempo, preannuncia l'Ultima Cena, l'ultimo pasto che questo bambino, divenuto adulto, presiederà ed in cui sarà allo stesso tempo sacerdote, altare e sacrificio. Su questa mensa pasquale manca l'agnello, poiché sarà Cristo la vittima, colui che con la sua morte toglierà il peccato del mondo, evocato dalle mele (malum = male). Dietro a Gesù una tenda scura contrasta con la sua figura luminosa (sfondo oscuro della Passione utilizzato anche da altri pittori es. Philippe de Champaigne, Ultima Cena). Questa tenda però è scostata dalla finestra, attraverso la quale l'occhio spazia sul bel cielo di sfondo, caratterizzato da una luminosità quieta e pacificante. Trova qui una sua espressione artistica il tema del nascondimento, del Deus Absconditus, del Signore che si nasconde non solo nel mistero della sua umanità e nella ignota giovinezza di Nazareth, ma anche nell'Eucaristia, evocata dal pane che sta sulla mensa. Anche la povertà del cibo che sta sulla tavola, solo un cesto di frutta oltre al pane, allude certamente al tema del Deus Absconditus, poiché San Vincenzo de' Paoli, contemporaneo di Le Brun, parlava in questi termini, cioè invitava i suoi religiosi a ricordare sempre che nel povero si nasconde Cristo stesso.

MARIA - Il "cristocentrismo berulliano" e la sua attenzione privilegiata all'umanità ed all'umiltà del Dio Incarnato, offre l'occasione per esaltare anche la figura di Maria, che nella tela di Le Brun sta nel mezzo tra Gesù e Giuseppe, più defilata ed in ombra rispetto a loro, ma raffigurata davanti all'alta montagna che sta sullo sfondo. Lo stesso Berulle nel 1628 scriveva così: "Vergine Maria ... voi vi abbassate fino al centro del nulla, diventando la Serva del Signore, mentre ne siete la Madre, ed in virtù di queste due diverse condizioni, di questa ammirevole disposizione che vi abbassa e vi eleva allo stesso tempo, io mi dichiaro vostro schiavo in eterno, vi offro quello che sono". E, a proposito del Magnificat di Maria, aggiunge: "Umile e grande parola che rallegra il cielo, che compie la salvezza dell'universo e che fa scendere, dal più alto dei cieli, il Verbo eterno in terra".

GESU' - Il dettaglio più importante del dipinto però è il gesto di Gesù che con le dita delle sue manine compone un triangolo. Questo simbolo concentra e sintetizza molti significati a diversi livelli :

  • il triangolo era la forma della squadra, attrezzo molto importante per il lavoro dell'artigiano, sia carpentiere che muratore;
  • il triangolo alludeva evidentemente alla Trinità ... non solo a quella celeste del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, ma anche a quella della Sacra Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria, che nel '600 era definita Trinità terrestre;
  • il triangolo ricordava anche i tre misteri cristiani che affascinavano Berulle e cioè la Trinità, l'Incarnazione e l'Eucaristia.
Se osserviamo con attenzione, Le Brun riprende il tema del triangolo anche nella originalissima tavola, che curiosamente ha una proprio una forma triangolare!

GENERALE - Come abbiamo visto, dunque, questo dipinto, non è solo un'opera d'arte accademicamente fatta bene per mano del grande maestro Charles Le Brun, ma è sopratutto una testimonianza figurativa della spiritualità del '600, incentrata sul mistero dell'Incarnazione e della vita nascosta di Gesù e sul culto della "Sacra Infanzia". Così, contemplando questo quadro, riflettiamo su ciò che scrive p. Ermes Ronchi a proposito della "quotidianità" della vita della Santa Famiglia di Nazareth: "La casa e la famiglia sono la terra promessa, "il paese dove scorre latte e miele", il luogo dove esistere nella gioia, dove gettare salde radici, per poter spalancare, senza timore, finestre avide di luce ai grandi venti del mondo e della storia. La vita di Cristo era bella, buona e felice. Una vita buona perché obbediente all'amore, capace di mitezza e di misericordia, capace di passare nel mondo solo facendo il bene (cfr. Atti 10,38). Una vita buona perché divenuta un'esistenza nella consistenza, casa costruita sulla roccia, radice radicata in terra buona e viaggio con una direzione ed un approdo. Una vita bella, umanamente bella perché in essa trovano posto l'amicizia, l'incontro con gli altri, la mensa festosa, il riposo, la gioia condivisa, la capacità di lodare, la meraviglia, una luce che poi contagerà Pietro che balbetta "E' bello per noi stare qui, con te, con i tuoi amici ...". La bellezza è al forza del cuore, crea comunione, porta via con sé, fa nascere i cercatori, li rende somiglianti nel cuore a colui che cercano. La vita non avanza per delle coercizioni, per una serie di divieti od obblighi, ma per una passione. E la passione nasce da una bellezza intuita, intravista, gustata; da gesti e parole, da sentimenti ed atteggiamenti capaci ancora di rubarti il cuore e di vincerlo, o almeno con-vincerlo. Il Vangelo odora di pane, di mani, di fuso, di legno ... di Nazareth. Una vita felice che porrà al cuore del vangelo nove strade per la felicità, nove Beatitudini; che porrà al centro della religione ciò che è al centro dell'esistenza: l'amore. Nei trent'anni di Nazareth, Gesù impara la cura amorosa per ogni più piccola cosa di coloro che ami; lì comprende l'infinita cura di Dio per l'infinitamente piccolo ("neppure un capello del vostro capo perirà" - cfr. Luca 21,18), l'attenzione amorosa per l'altro per cui nulla è insignificante di ciò che appartiene alla persona amata. Il Vangelo già accade in quella casa".








TRINITA’ CELESTE E TRINITA’ TERRESTRE - MURILLO, 1682, NATIONAL GALLERY, LONDRA

GENERALE - In questa interessantissima pala d’altare, Murillo, splendido astro dell'arte spagnola del Seicento, ha dato forma visibile alla professione di fede cristiana, che proclama il Cristo Vero Uomo e Vero Dio: questa doppia natura, umana e divina, fa di lui un essere celeste e terrestre allo stesso tempo. E’ per questa ragione che il dipinto ci mostra Gesù Bambino al centro della composizione: in questo modo l’artista ha voluto far risaltare il suo ruolo come punto d’incontro del cielo e della terra. Il soggetto della Sacra Famiglia era già stato trattato da Murillo in altre occasioni, fin dalla sua giovinezza; ricordiamo non solo la prima versione delle Due Trinità custodita al Museo di Stoccolma, ma anche la celebre Sacra Famiglia con l’uccellino, oggi al Prado, oppure il Riposo nella Fuga in Egitto, oggi all’Hermitage. Con questa pala, egli realizza uno dei migliori dipinti dell’ultima stagione della sua vita, quando aveva 64 anni (morirà di qui a poco, per una rovinosa caduta dalle impalcature). Il piccolo Gesù, al centro della tela, è il punto di convergenza delle due direttrici, verticale ed orizzontale, dell’intera rappresentazione: insieme alla figura del Padre in alto, ed alla Colomba dello Spirito Santo, egli si rivela partecipe della vita della Santissima Trinità celeste; insieme a Maria e Giuseppe che lo affiancano a destra ed a sinistra, egli si mostra membro della Sacra Famiglia umana. Questo tema era particolarmente caro alla spiritualità della Controriforma, nel cui ambito la Sacra Famiglia veniva percepita ed invocata come Trinità Terrestre, controparte umana della Santissima Trinità. La tela di Murillo, probabilmente commissionata da un nobile della città spagnola di Cadice, mostra con efficacia retorica, quanto l’arte possa formulare in modo persuasivo ed attraente, anche riflessioni teologiche complesse e molto profonde. In questo caso infatti, non ci troviamo di fronte infatti ad una scena narrativa, ma ad una immagine dogmatica. Questa iconografia restava comunque legata al passo del Vangelo di Luca (2,41-52) in cui si parla del ritorno della Sacra Famiglia dal Tempio: Gesù Bambino tuttavia qui sembra più giovane rispetto ai dodici anni menzionati da Luca, ma questo dettaglio lo si ritrova frequentemente anche nelle incisioni contemporanee che circolavano in Europa. Il testo evangelico è particolarmente interessante perché in questa occasione Gesù dichiara la sua figliolanza divina mentre, da parte di Maria, viene evocata anche la paternità terrena di Giuseppe: con le sue parole, Gesù, chiamando in causa “Dio-Padre”, manifesta per la prima volta la consapevolezza di essere suo Figlio.

DIO PADRE E SPIRITO SANTO - Murillo non intende rappresentare questo preciso momento della dichiarazione di Gesù, ma uscendo dall’orizzonte dell’episodio narrato, sposta la sua attenzione sul piano teologico e salvifico: Cristo è mostrato nella sua reale divinità, Verbo inviato dal Padre, disceso dal Cielo, incarnato nel grembo di Maria Vergine, fatto uomo per la nostra salvezza. E’ davvero bello vedere che l’artista ha voluto dipingere Gesù Bambino che leva gli occhi verso il Padre celeste, e contemporaneamente tocca con le sue mani anche le mani della madre e del padre terrestre: questo particolare suggestivo, ci può aiutare a comprendere che l’amore umano è il luogo privilegiato per riconoscere e toccare con mano la cura di Dio per l’umanità.

GESU' - Gesù, è collocato su un basamento di pietra, segno della sua dignità, che allude anche ad un altare: il dipinto, non dimentichiamolo, è una pala d’altare: in epoca controriformistica sappiamo che gli artisti venivano invitati ad accentuare tutte le allusioni possibili al mistero eucaristico. La pietra evoca tuttavia anche un’altra citazione evangelica, stavolta presa da Matteo, che profetizza Passione di Cristo : “E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata la pietra d'angolo; dal Signore questo è stato fatto ed è una meraviglia ai nostri occhi?” (Matteo 21, 42). E la pietra, poteva essere accostata infine ad un altro passo biblico, che si prestava ad una lettura polemica nei confronti del mondo protestante. Nella Prima Lettera di Pietro si legge infatti: “Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: Ecco, io pongo in Sion una pietra d'angolo, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà deluso. Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo, sasso d'inciampo e pietra di scandalo. Essi v'inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati”. (1 Pietro 2, 4-8).

MARIA - Maria, seduta alla destra di suo figlio, ha gli occhi puntati su di Gesù e sembra tutta protesa verso di lui, disposta ad accogliere in pienezza la sua volontà. Il volto della Madonna è uno dei più belli e naturalistici della pittura di Murillo, che aveva realizzato numerose pale d’altare dedicate all’Immacolata. La sua mano sinistra è protesa in avanti: i due santi sposi infatti mostrano con gioia ed orgoglio il loro Figlio agli occhi devoti del popolo di Dio.

GIUSEPPE - Giuseppe, dall’altro lato, si dispone all’adorazione inginocchiandosi davanti al Bambino, riconoscendo in questo modo la sua divinità: egli ha lo sguardo rivolto verso di noi, come per invitarci a partecipare a questa adorazione. Nella sinistra regge la verga fiorita, segno della sua elezione per assumere il ruolo di sposo di Maria: questo emblema era stato adottato dalle narrazioni dei Vangeli apocrifi ed era divenuto un attributo caratteristico dell’iconografia di san Giuseppe.

GENERALE - In uno sguardo panoramico conclusivo, abbracciamo ancora una volta questa ardita e sublime visione realizzata da Murillo. Questo artista seppe interpretare in modo magistrale la nuova sensibilità religiosa diffusa dopo il Concilio di Trento; “La sua pittura – scrive il critico Miguel Cordero – meglio di quella di qualsiasi altro artista, evoca un’immagine singolare della Spagna Cattolica, fatta di chiese barocche e quadri con delicate Vergini circondate da angeli. Deve la sua fama di pittore di temi religiosi alla sua personale interpretazione della storia sacra, semplice ed aggraziata, molto apprezzata dal popolo e che ne fece uno dei pittori cattolici i cui soggetti sono stati maggiormente riprodotti su stampe. Murillo è un pittore principalmente religioso, ma dipinse anche altri temi meno conosciuti, come la pittura di genere ed il ritratto, nei quali si dimostrò un abile maestro e che contribuirono a farne quello che oggi è indubbiamente considerato uno dei migliori pittori del Seicento”. Abbiamo visto come l’abilità di Murillo nel contrapporre ed unire le due famiglie, quella divina e quella umana, non fa perdere nulla di trascendente all’immagine della Santissima Trinità ma, al contrario, la rende più vicina ed accessibile ai fedeli. Certo, con la nostra sensibilità moderna, si potrebbe criticare l’enfatizzazione dei toni affettivi che rischiano di debordare in una pittura di sapore oleografico e devozionale: ma non dobbiamo dimenticare che questo era precisamente il gusto artistico e spirituale del Barocco. Inoltre, va riconosciuta senz’altro la resa dinamica e la ricchezza chiaroscurale del quadro: la luce celeste della gloria divina infatti scende dolcemente ad avvolgere le persone e le cose, come in una comunicazione assolutamente naturale ed immediata tra il cielo e la terra.
Ed ora, lasciamo al grande papa Paolo VI, le ultime parole, che sembrano scritte apposta per contemplare questo capolavoro di arte e di fede: "Ed eccoci davanti alla Sacra Famiglia! Sì, noi dobbiamo esprimere con fervore nuovo, con coscienza nuova il nostro culto a questo quadro che il Vangelo ci pone davanti: Giuseppe, con Maria e Gesù bimbo, fanciullo, giovane con loro. Il quadro è tipico. Ogni famiglia vi può essere rispecchiata. L'amore domestico, il più completo, il più bello secondo natura, irradia dall'umile scena evangelica e subito si effonde in una luce nuova ed abbagliante: l'amore acquista splendore soprannaturale. La scena si trasforma. Cristo vi ha il sopravvento. Le figure umane che gli sono vicine assumono la rappresentanza dell'umanità nuova: la Chiesa. Il quadro del tempo si apre sull'oltre tempo; la storia del mondo si fa apocalittica, escatologica; beato chi ne sa fin d'ora intravedere la luce vivificante; la vita presente si trasforma in quella futura ed eterna; la nostra casa, la nostra famiglia si farà paradiso". (18/3/1975)






SERATA D'INVERNO - JEAN FRANCOIS MILLET, 1867, MUSEUM OF FINE ARTS, BOSTON

GENERALE - Serata d’inverno, è il titolo di questo disegno a pastello di Jean François Millet, pittore dell’800 francese celebre per il suo capolavoro, l’Angelus, che raffigura due contadini nei campi intenti a pregare. Qui ci viene mostrata una scena di interno: in una casa di campagna, una piccola famiglia composta un padre, una madre, un bambino sono raccolti attorno ad un lume. Ci si accorge subito che per l’autore, questo è un soggetto molto caro: infatti non dobbiamo dimenticare che Millet proveniva da una famiglia benestante di agricoltori della Normandia. Fin da piccolo fu abituato a lavorare nei campi ed in questo ambiente si manifestò il suo talento per il disegno. Così, fu inviato per fare apprendistato alla bottega di un artista di Cherbourg e da qui, tornava spesso a casa per lavorare nella fattoria. Diventato pittore, a Parigi ebbe successo a partire dal 1848 quando cominciò a dedicarsi proprio al tema della vita contadina. I suoi soggetti vengono presentati con molta poesia e in un’ottica spirituale del tutto particolare, come si vede anche in questo caso. Infatti Serata d’inverno va guardata come una scena raffigurante una Sacra Famiglia laica. Infatti questo disegno a pastello ha molti tratti in comune con le opere in cui Rembrandt ritrae la Sacra Famiglia ed in cui, spesso, soltanto l’aureola distingue le figure sacre dall’uomo comune. Sappiamo quanto Rembrandt fosse considerato da Millet un artista irraggiungibile.

IL PADRE - In quest’opera noi vediamo in primo piano un contadino, evidentemente il padre: è raffigurato di spalle, seduto su di un basso sgabello, mentre sta costruendo un cesto di vimini: è un richiamo alla figura di San Giuseppe 7 artigiano, venerato come patrono dei lavoratori. A terra accanto a lui l’artista ha infatti messo in evidenza un secchio di legno con alcuni attrezzi di cui vediamo solo i manici sporgenti.

LA MADRE - Più avanti, al centro della stanza ed illuminata dal lume, si trova una donna intenta a cucire. Il suo volto è mite, la sua espressione attenta: probabilmente sta confezionando con le sue mani un vestito per suo figlio. Una cuffia le cinge i capelli rendendoci un’immagine pudica e riservata: questa cuffia rimanda all’iconografia tradizionale della Madonna, in cui la Vergine appare abitualmente con il capo velato, segno di pudore e di custodia della sua bellezza.

IL BAMBINO - Tra i due, si intravede una culla dentro la quale si trova un bambino che sembra dormire. Un normalissimo Bambino: in un mondo in cui la mortalità infantile era molto elevata, questo piccolo è esposto alla fragilità della vita. Deve affidarsi in tutto alle cure dei suoi genitori, che vegliano amorevolmente sul suo sonno: la cesta che lo raccoglie è di certo opera delle mani di suo padre, così pure, le piccole lenzuola e la coperta che lo riscalda sono stati preparati dalle mani esperte della madre.

IL LUME - Il punto focale dell’opera è dato dal lume sospeso ad un’asta: la fiamma tremolante di una lucerna ad olio viene presentata da Millet come una fonte di luce intensa e viva, perché sia un richiamo evangelico alla luce posta sul lucerniere perché illumini tutta la casa. Quel Bambino che entra nel mondo come “Luce che splende nelle tenebre”, ora ha bisogno della luce terrena: ma sarà lui un giorno ad autoproclamarsi “Luce del mondo”… sarà lui ad offrire ai suoi discepoli il dono della fede che illumina l’esistenza e l’impegno di essere suoi testimoni, con una vita che risplende, così che gli uomini possano rendere gloria al Padre dei Cieli (Mt 5,16).

GENERALE - Di lato si intravede un camino con un debole riflesso di braci che delineano anche la sagoma di un gatto accovacciato lì accanto, in cerca di un po’ di calore. E’ una scena molto comune, del tutto ordinaria: eppure è bello accorgerci che Millet sa guardare con occhio di fede a questa realtà della vita nella sua dimensione ordinaria, feriale; questa realtà gli appare piena di bellezza e di dignità tanto da diventare “luogo” di manifestazione di Dio! E' lo stesso occhio che ebbero i pastori di Betlemme ed i Magi nel contemplare il Bambino. E’ l’Incarnazione del Verbo che illumina questa realtà umile, quotidiana, e la rende trasparenza, annuncio, sacramento della sua presenza! Scrive a questo proposito p. Ermes Ronchi: " Hai trovato il Bambino? Ti prego, cerca accuratamente nei libri, nell'arte, nella storia, nei volti, nel cuore delle cose, cerca in fondo alla speranza, cerca con cura, fissando gli abissi del cielo e poi gli abissi del cuore, e se l'hai trovato dimmi come hai fatto, fammelo sentire vivo e caldo perché anch'io venga ad adorarlo, con i miei piccoli doni ma con tutta la fierezza dell'amore. Betlemme, casa del pane e del silenzio ... L'essenza del Cristianesimo non risiede nell'originalità della dottrina, ma nella persona di Gesù, carne di Dio. Non nella sublimità della parola, non nell'altezza della spiritualità, neppure nell'audacia dell'impegno per gli altri. Ma nella divinità di Gesù. la strada più breve e più diritta tra Dio e l'uomo è la carne di Gesù, ora in braccio a sua madre, un giorno in braccio alla croce. Noi cercatori siamo chiamati ad mare l'umanità di Cristo per giungere alla sua divinità ...
Cammina attraverso l'uomo e raggiungerai Dio" (s. Agostino). Giungere a Dio amando l'umanità di Gesù, ora Bambino in braccio a sua madre e poi uomo delle strade ed amico dei pubblicani, i suoi anni nascosti ed i suoi gesti pubblici, le sue mani sui malati ed i suoi occhi negli occhi dei re, i suoi piedi nella polvere delle strade di Palestina, e poi il nardo che scende, e poi il sangue che cola. E infine il suo corpo assente. Carne, cardine della salvezza, Caro salutis cardo. E' la strada dei Magi. Noi cercatori come loro della carne di Dio, dobbiamo cercarla là dove abita:
"Vederti splendere negli occhi di un bimbo e poi incontrarti nell'ultimo povero; vederti piangere le lacrime nostre, oppur sorridere come nessuno" (D. M. Turoldo).
Perché Gesù non è solo la sostanza di ciò che spero, è anche la sostanza i ciò che vivo. Ritornare ad ogni parola del Vangelo. Il Vangelo è la cosa più vicina a Gesù, è la carne di Cristo da toccare, guardare, respirare, da soffrirne, da gioirne. Amare l'umanità di Cristo, le note concrete, semplici, carnali; amando la carne in cui ha preso carne, amandone i segni quotidiani per sapersene meravigliare"
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LE DUE MADRI - GIOVANNI SEGANTINI, 1889, GALLERIA D'ARTE MODERNA, MILANO

Tratti del pittore
Anticlericale e contrario a qualsiasi regola che la Chiesa dettasse riguardo la vita privata, egli non sposò la donna dalla quale ebbe quattro figli. Non tradì mai la visione cristiana dei rapporti umani, fatta di rispetto e delicatezza. Specie nei confronti delle figure femminili ebbe sempre una attenta cura.
«Non cercai mai un Dio fuori di me, perché ero persuaso che Dio fosse in noi e che ciascuno di noi è parte di Dio come ciascun atomo è parte dell’universo»
In questo panteismo quasi buddista è possibile scorgere la ricerca di un senso e di un trascendente che pur non avendo un nome rimane riferimento per l a vita e la arricchisce di umanità.

Il dipinto
All'interno di una stalla scarsamente illuminata da una rustica lampada a olio che pende dal soffitto, Giovanni Segantini ha ritratto due madri: una mucca alla mangiatoia che ha accanto il suo vitellino addormentato sullo strame e una giovane contadina che tiene in grembo il suo bambino.
La formazione di Segantini nell'ambito della pittura naturalistica è evidente nella scelta del soggetto popolare e quotidiano e nell'interesse per lo studio degli effetti di luce.
La difficoltà di realizzare una luminosità bassa, ma diffusa per tutto l'ambiente in modo che nessun dettaglio fosse avvolto dall'ombra, fu superata dal pittore con l'ausilio della tecnica divisionista, cioè con l'applicazione separata dei colori sulla tela in luogo del tradizionale impasto di pigmenti sulla tavolozza.








PER MEDITARE

Dal momento in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola e non ha più nulla da dire. . . Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, l'ha detto tutto nel suo Figlio, donandoci questo tutto che è il suo Figlio. Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità.(San Giovanni della Croce)

"O lux, beata Trinitas et principalis Unitas - O luce, Trinità beata e originaria Unità!" (Liturgia delle Ore, Inno ai Vespri "O lux beata Trinitas")

L'Unigenito Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei" (San Tommaso d'Aquino, Opusculum 57 in Festo Corporis Christi, 1)

"O Figlio Unigenito e Verbo di Dio, tu, che sei immortale, per la nostra salvezza ti sei degnato d'incarnarti nel seno della santa Madre di Dio e sempre Vergine Maria; tu, che senza mutamento sei diventato uomo e sei stato crocifisso, o Cristo Dio, tu, che con la tua morte hai sconfitto la morte, tu che sei Uno della santa Trinità, glorificato con il Padre e lo Spirito Santo, salvaci!" (Liturgia bizantina, Tropario "O Monoghenìs")

DAL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
I Misteri della vita nascosta di Gesù

531 Durante la maggior parte della sua vita, Gesù ha condiviso la condizione della stragrande maggioranza degli uomini: un'esistenza quotidiana senza apparente grandezza, vita di lavoro manuale, vita religiosa giudaica sottomessa alla Legge di Dio, (Cf Gal 4,4 ) vita nella comunità. Riguardo a tutto questo periodo ci è rivelato che Gesù era "sottomesso" ai suoi genitori e che "cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" ( Lc 2,51-52 ).

532 Nella sottomissione di Gesù a sua madre e al suo padre legale si realizza l'osservanza perfetta del quarto comandamento. Tale sottomissione è l'immagine nel tempo della obbedienza filiale al suo Padre celeste. La quotidiana sottomissione di Gesù a Giuseppe e a Maria annunziava e anticipava la sottomissione del Giovedì Santo: "Non . . . la mia volontà. . . " ( Lc 22,42 ). L'obbedienza di Cristo nel quotidiano della vita nascosta inaugurava già l'opera di restaurazione di ciò che la disobbedienza di Adamo aveva distrutto (Cf Rm 5,19 ).








ELOGIO ALLA ROVESCIA DELLA SANTA FAMIGLIA
fratel Enzo Biemmi, fratello della Santa Famiglia, ISSR Verona, 17 dicembre 2011

Guardando i quadri e le immaginette che rappresentano una Santa Famiglia così serena, unita e perfetta non possiamo non misurare lo scarto tra questo ideale immaginato e dipinto e la realtà che ci viene comunicata dai vangeli dell’infanzia. Ancora di più balza all’occhio la distanza tra questa idealizzazione e le nostre famiglie reali, anche le più fortunate, le più sane e le più unite. Come augurio di Natale, tento un sguardo diverso sulla famiglia di Nazareth, anche se appena abbozzato. Le tolgo il titolo di “santa” o di “sacra” e provo a guardarla come guardo la mia famiglia e le famiglie che conosco. La chiamo per quello che è stata: la famiglia di Giuseppe e Miriam di Nazareth e del loro figlio Gesù. Di questa famiglia intendo tessere un breve elogio alla rovescia, dicendo tre cose: la famiglia di Nazareth non è una famiglia ideale; non può essere di conseguenza l’ideale delle nostre famiglie; ma è una buona notizia per le famiglie.

1. Una famiglia non ideale

La famiglia di Nazareth non è una famiglia ideale. E’ attraversata da vicende così improbabili, sconvolgenti e rischiose da andare oltre ogni immaginario. Al tempo stesso, quello che succede in questa famiglia fa in qualche modo contatto con le storie ordinarie di tante famiglie del passato e del presente.
Osserviamo le tappe di questa famiglia così come ce le restituiscono i Vangeli dell’infanzia.

- Prima tappa: la gravidanza. I vangeli dell’infanzia di Luca e Matteo sono tutti concentrati a parlarci di Dio che ci viene incontro e sono avari nel descrivere i sentimenti di Miriam e di Giuseppe. Ma nulla ci impedisce di immaginare cosa accadde in loro, quando tutto cominciò, o meglio quando tutto crollò loro addosso: una ragazza da maritare incinta di una gravidanza non attesa, non cercata, non provocata, fuori dal matrimonio. Unica spiegazione: un messaggio venuto dal cielo. Senza spiegazioni da potersi dare l’uno di fronte all’altra; senza argomenti da dire di fronte al paese, alla comunità civile e religiosa di Nazareth. E nella morsa di una legge ebraica che non lascia scampo: Giuseppe deve ripudiare Miriam, Miriam deve essere lapidata.

«Glielo dissi il giorno stesso. Non potevo stare una notte con il segreto. Non trascorrerà intero il giorno sulla rottura della tua alleanza. Eravamo fidanzati. Nella nostra legger è come essere sposati, anche se non ancora nella stessa casa. Ed ecco che ero incinta […]
Il mio Josef, bello e compatto da baciarsi le dita, si stringeva le braccia contro il corpo, cercava di tenersi fermo, ripiegato come col mal di pancia. La notizia per lui era una tromba d’aria che scoperchiava il tetto […]
Quella notte sognò. Me lo ha raccontato in seguito. Sognò un angelo che gli ordinava il necessario. Al mattino riunì la famiglia e dichiarò la sua decisione; sposava Miriam alla data prevista di settembre, anche se era incinta. Sotto la tenda della cerimonia si sarebbe vista la mia gravidanza. Non ascoltò ragioni. Fu uno scandalo. Il villaggio era contro di lui. “Si è fatto abbindolare da Miriam, gli ha rifilato chissà che storia e lui se l’è bevuta” […]
Grandinavano gli insulti sulle sue spalle. Si stava facendo lapidare al posto mio [...]

«Le donne di Nazareth mi guardavano la pancia. “La svergognata gliel’ha data a bere ma con noi non la spunta”. “Guardate che aria da santarella”. “Voglio proprio vedere a chi somiglia il bastardo che porta nella pancia”. “Che frottola ha detto? Quella del Salvatore figlio dell’angelo? Sai che risate se nasce femmina”» (ERRI DE LUCA, In nome della madre, Feltrinelli, Milano 2007, 15-29 passim).

Questa storia assolutamente unica fa però contatto a modo suo con le storie di tante famiglie, con ragazze madri, con madri abbandonate dai mariti, con figli senza padri, con l’arrivo di un figlio disabile, con famiglie chiamate a ridefinirsi, a ricomporre equilibri difficili, a gestire le mentalità moralistiche, a sanare ferite profonde. Famiglie normali, messe alla prova da una vita non attesa, non programmata. Famiglie giudicate, lasciate sole a vivere la loro sofferenza.

- Seconda tappa: il parto. La storia di questa famiglia si snoda dentro un contesto sociale e politico di oppressione e di guerra. Giuseppe, Maria e Gesù vivono in un paese sotto dominio. I Romani fanno sentire il loro potere. Ordinano il censimento, vogliono conoscere ognuno per nome, per imporre il peso delle loro tasse. In un contesto di non libertà, avviene un viaggio d’inverno al nono mese, nessuna casa in cui essere ospitati, il parto senza assistenza, Maria da sola perché agli uomini è proibito assistere. Dopo una gravidanza fuori da ogni norma, un parto fuori da ogni sicurezza, in un clima di oppressione, in un contesto straniero ed ostile. La precarietà più assoluta.

«Josef mi lasciò insieme all’asina fuori di città e partì di corsa. C’era odore di vino. Le cantine di certo avevano anticipato il travaso per averne da vendere ai viandanti. Ero arrivata al giorno, si stavano aprendo le mie acque. Tornò dopo due ore, desolato. Niente, non aveva trovato niente. Nato a Bet Lèhem, era partito bambino per la Galilea. Non aveva un familiare al quale rivolgersi. La città era sottosopra per il ritorno delle famiglie da censire. Ogni casa ospitava parenti venuti da lontano. Si torceva le mani. Aveva implorato, offerto anche l’asina per un letto, niente. C’era solo una minuscola stalla dove c’era un bue. La bestia, almeno lei, accolse bene gli intrusi, io e l’asina» (In della madre, 58-59).

Eppure questa storia fa contatto a modo suo con famiglie di bambini nati in condizioni di povertà estrema, di mancanza di igiene, senza assistenza. Storie di parti difficili, di madri morte durante il parto. Di bimbi morti prima di venire alla luce. Di famiglie in paesi del mondo sotto l’oppressione di tiranni, costrette a fuggire, senza una casa in cui rifugiarsi. Storie di bimbi e genitori venuti al mondo in tempi difficili, chiamati a vivere la propria vita in condizioni politiche, sociali, economiche di oppressione e di povertà.

- Terza tappa: la minaccia della vita e l’esilio. Il Vangelo di Matteo ci racconta la strage degli innocenti. Erode, beffato dai tre magi, nella sua ossessione di potere vuole eliminare ogni possibile concorrente. La famiglia di Nazareth si trova con un bambino minacciato di morte, costretta a fuggire, ad affrontare l’esilio in un paese straniero e storicamente nemico. Perdita del lavoro, della casa, del contesto degli affetti, dei riferimenti religiosi, delle radici, delle tradizioni.

Questa vicenda, così unica, a modo suo fa contatto con infinite storie di famiglie emigrate, fuggite da situazioni di morte, perite in viaggio, catapultate in situazioni ostili, sradicate e senza riferimenti. Famiglie senza lavoro, senza contesti affettivi a cui aggrapparsi. Storie di milioni di famiglie.

- Quarta tappa: la perdita del figlio. Luca racconta l’episodio dello smarrimento di Gesù al tempio. Lo perdono per strada, lo cercano, pensano di averlo trovato e si rendono conto di averlo perso per sempre: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49). Giuseppe per la seconda volta perde un figlio che non è mai stato suo. Maria, come lo aveva accolto senza averlo cercato, così lo lascia andare dopo averlo atteso e amato.

Questa vicenda, certo unica, fa contatto con le vicende di tutte le famiglie che perdono i figli, per incidente, per malattia, per droga, o più semplicemente perché il figlio non viene fuori come lo si è immaginato, sognato, educato. Storie di cordoni ombelicali tagliati per la seconda volta con dolore, alcune volte definitivamente. Storie di figli non lasciati mai andare, o al rovescio di figli che non se ne vanno mai. Storie educative fallite, anche se portate avanti con cura. Storie di figli abbandonati, storie di figli che abbandonano. Storie di delusioni per quanto i genitori trasmettono e sembra non sia andato a frutto. Storie di figli che prendono strade senza ritorni.

- Quinta tappa: la perdita del padre. Vale la pena accennare a un silenzio del Vangelo, quello sulla sparizione di Giuseppe. Dopo l’episodio del tempio, di lui non si sa più niente. Entra in scena in modo discreto eppure determinante, dando il nome e inserendolo nella discendenza di Davide, impedendo che sia figlio di nessuno. Poi esce di scena, con la stessa discrezione. «Una paternità non ricevuta in dote di natura, ma conquistata sul campo e lì perduta, all’uscita del figlio da casa» (Erri De Luca). Alla perdita del figlio, questa famiglia aggiunge la perdita del padre.

2. Una famiglia che non è l’ideale della famiglia

La famiglia di Nazareth non è una famiglia ideale, quella delle immaginette, dei santini. La famiglia nella quale le cose vanno bene, regna la concordia, la pace e la serenità. Una gravidanza non attesa e fuori dalle regole; il difficile (impossibile?) chiarimento interno alla coppia per un’accoglienza basata sulla sola fiducia, sull’amore; il giudizio della gente; una nascita dentro un contesto di violenza e di precarietà; la minaccia sulla vita nascente; l’esperienza dello sradicamento e dell’esilio; un figlio “diverso”, imprevedibile, che non sta alle attese; la perdita del padre.
Come è possibile imitare una famiglia così? Non è semplice dover preparare l’omelia della festa della Santa Famiglia e altrettanto difficile doverla ascoltare. Dipingere una famiglia ideale a famiglie sempre più in crisi e sentirsela proporre come ideale per le nostre famiglie, delle quali solo noi conosciamo fino in fondo le fatiche, non raramente i drammi.
Non c’è famiglia religiosa femminile o maschile che ha come riferimento la Santa Famiglia che non abbia nella sua tradizione l’elenco delle virtù da imitare in questa famiglia. La mia famiglia religiosa, dei Fratelli della Sacra Famiglia, nella sua tradizione elenca le 5 grandi virtù che animavano Gesù, Maria e Giuseppe sia nelle loro relazioni reciproche che nella loro relazione con Dio: l’umiltà, la semplicità, l’obbedienza, l’unione e l’abnegazione reciproca. A queste 5 segue l’elenco delle “piccole virtù nazarene” che le rinforzano: la cortesia, l’affabilità e condiscendenza, la dissimulazione caritatevole delle mancanze dell’altro, l’indulgenza e la pazienza, la stabilità di carattere e la santa gioia, la compassione e l’attenzione nel servizio. Si tratta di un elenco (di fatto è molto più lungo di questo) in cui viene presentata la mappa degli atteggiamenti positivi vissuti dalla Sacra Famiglia. Questo quadro lascia ammirati, ma anche frustrati.
In questo gioco di idealizzazione della Santa Famiglia e di demoralizzazione di noi stessi, noi facciamo un torto al Vangelo. La Famiglia di Nazareth non può essere un ideale per le nostre famiglie, semplicemente perché la distanza storica e culturale è talmente grande che ogni esercizio di imitazione è improponibile.

3. La Famiglia di Nazareth: una buona notizia per le famiglie

Eppure accade qualcosa in quella famiglia, così unica e tribolata, che è diventa buona notizia per tutte le famiglie. Così vanno letti i testi di questo tempo di Natale. Una buona notizia per le nostre famiglie. Di questa buona notizia sottolineo tre aspetti.

  • 1. Nella famiglia di Nazareth è nato per tutti un bambino, l’Emmanuele, la presenza di Dio tra noi. Egli è ormai dentro ogni cuore, dentro ogni famiglia, dentro ogni situazione. Questo bimbo, come si vede bene dai testi natalizi, ha già i titoli pasquali, è il Salvatore, il Signore morto e risorto per noi, il Vivente e a tutti disponibile. Non c’è ormai storia familiare, anche la più difficile e dolorosa, che non sia misteriosamente custodita e salvata da Dio. Non c’è donna, bambino, uomo che non gli stia a cuore e che non possa vivere la sua umanità nella speranza. Più che da imitare, questa famiglia va ringraziata. Va contemplata con gioia e gratitudine, perché ci annuncia che possiamo vivere nella speranza tutto quello che accade nelle nostre famiglie. E lo vive sulla sua pelle.
  • 2. Il secondo regalo che la Famiglia di Nazareth ci fa è di farci vedere come si fa a fare spazio per accogliere il dono della presenza dell’Emmanuele. Ogni cosa che accade a Maria e Giuseppe è una vicenda di scombussolamento dei loro piani, di imprevisto, e ogni volta essi accettano il cammino della riformulazione, si rimettono a disposizione, si fidano delle possibilità della vita e delle promesse di Dio. Nel testo dell’annuncio a Maria e in quello dell’annuncio a Giuseppe noi possiamo vedere questo modo di stare nella vita, possibile anche per noi. La gravidanza inattesa di Maria porta Giuseppe, uomo giusto, a decidere di ripudiarla in segreto. Nel sogno durante il sonno (l’ascolto nella passività, nella disponibilità al non controllo delle situazioni), Giuseppe si riformula, si rimette diversamente in gioco, prende con sé Maria e dà il nome a Gesù. La mappa delle loro relazioni, apparentemente finita, si riconfigura su un nuovo spazio di vita. Così una storia familiare apparentemente chiusa, si riapre. Le storie delle nostre famiglie, ci dice la famiglia di Nazareth, non le possiamo dominare, far divenire quello che noi vogliamo. Non sono neppure sottratte alla nostra libertà. Possono essere storie familiari sempre aperte, contando sulla risorsa delle presenza di Dio e sulla nostra disponibilità a rimetterci ogni volta in cammino. E’ questa la seconda buona notizia della Santa Famiglia. Nessuna storia familiare è ormai definitivamente chiusa. La disponibilità a Lui, “chiave della case di Davide” (IS 22,22), riapre imprevedibilmente ogni cammino.
  • 3. Una presenza su cui puntare (quella dell’Emmanuele), la disponibilità a rimettersi sempre in gioco con fiducia mantenendo aperte le nostre storie familiari, e infine il segreto per fare delle nostre famiglie dei luoghi dove sperimentare la grazia del Vangelo. Questo segreto è contenuto nel versetto di Luca: «Scese con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso» (Lc 2,51). Il verbo greco è “upotassein”. Il più grande tra loro si fa il più piccolo, si mette a loro servizio. E’ una famiglia dalle logiche capovolte. Vengono capovolte le gerarchie, o meglio viene inserita nei rapporti familiari una nuova logica, quella dell’obbedienza reciproca, del servizio vicendevole, dove nessuno è più grande dell’altro, perché il più grande di tutti stava loro sottomesso. Ci ricordiamo le parole che Gesù dirà poi da adulto ai suoi discepoli: «Tra voi non si così… Il più grande tra voi sarà vostro servo» (Mt 23,11). Parlava di sé, del suo modo di essere tra di loro, di essere ormai sempre in mezzo a noi. Paolo, nella sua esortazione alle famiglie, nel capitolo 5 della lettera agli Efesini, riprende lo stesso verbo: upotassein. «Nel timore di Cristo siate sottomessi gli uni agli altri». Riesce così a fare una cosa straordinaria: rispettando una concezione familiare ancora patriarcale, centrata sui maschi, con la presenza di padroni e di schiavi, introduce nella famiglia un principio che fa totalmente esplodere la sua struttura piramidale. «Le mogli siano sottomesse ai mariti, come al Signore… Voi mariti amate le mogli come anche Cristo… Figli obbediti ai vostri genitori nel Signore… Voi padri non esasperate i vostri figli ma fateli crescere negli insegnamenti del Signore… Schiavi obbedite ai vostri padroni terreni come Cristo… Anche voi padroni comportatevi allo stesso modo verso di loro, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non c’è preferenza di persone» (Ef 5-6 passim). Alla fine tutti sono sottomessi a tutti, come il Signore a noi. E’ proprio questo quello che la Famiglia di Nazareth ci indica come via di umanizzazione delle nostre famiglie: la via della reciproca sottomissione, dell’essere gli uni a servizio della vita degli altri. Questo può reggere a tutte le situazioni e può essere la bussola in tutte le vicende. È questa la terza buona notizia della Santa Famiglia. La riuscita delle nostre famiglia non è legata al fatto che le cose vadano bene, che al loro interno non si vivano difficoltà, fatiche, errori e anche drammi. La riuscita delle nostre famiglie sta nel fatto che ognuno, nel nelle vicende positive e in quelle negative, impegni la sua vita per promuovere la vita degli altri.

La Famiglia di Nazareth non è una famiglia ideale, non è neppure un ideale da imitare, perché in se stessa unica e inimitabile. E’ però la buona notizia di Dio per noi: ci conferma che la famiglia ideale non c’è, che per tutti c’è una storia complessa da vivere; che non siamo soli, un bimbo è nato nelle nostre famiglie: prendendoci cura di lui, lui si prende cura di noi; possiamo fare di meglio che dominare la vita o pensare che essa ci schiacci: possiamo servirla rimettendoci ogni volta in gioco (sia che succedano cose belle, sia che succedano cose brutte), perché possiamo appoggiarci su una speranza affidabile; ci è indicata la strada del dono di sé reciproco come accoglienza e fecondità del dono di Dio e come via di umanizzazione e di salvezza delle nostre famiglie.
L’augurio di Natale per tutte le nostre famiglie sia dunque proprio questo: accogliamo la buona notizia della famiglia di Nazareth e nella gratitudine viviamo nella speranza le nostre storie familiari.
Buon Natale!








LA FAMIGLIA DI NAZARETH: UN REGALO PER OGNI FAMIGLIA

1. La gravidanza

[26]Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, [27]a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.[28]Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». (Lc 1,26-38)

2. Il parto

[6]Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. [7]Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. (Lc 2,1-7)

3. La fuga in Egitto

[13]Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo». (Mt 2,13-15)

4. La perdita del figlio

[41]I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. [42]Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; [43]ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. (Lc 2,41-50)

5. La perdita del padre

[16]Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo. (Mt 1,16)

Avete presente il rumore “ stridulo” del gessetto sulla lavagna?
Fa’ venire i brividi!
Nel racconto che segue ci sono dei passaggi che hanno lo stesso effetto, tanto stonano e contraddicono quanto fatto emergere nella meditazione appena fatta sulla famiglia di Nazareth.
Provate singolarmente o a coppie a evidenziare almeno 3/4 frasi che a vostro parere non sono in sintonia con quanto detto.

UN DONO CHE SI VELA E SI SVELA

Una notte, in Paradiso, Dio Padre e Dio Figlio, camminavano, come facevano spesso, e guardavano giù, come facevano spessissimo, i figli “scappati di casa”. Dopo la tragedia del pomo, Adamo si è vergognato, si è nascosto, con Eva. Da allora tutti gli uomini, per secoli, si nascondevano perché avevano paura del Dio delle piaghe d’Egitto, dei quarant’anni di deserto, della conquista della terra promessa, di Caino e Abele, del diluvio.
Quella sera il Figlio, come quasi ogni figlio, disse al Padre a bruciapelo :«E se cambiassimo... strategia? Se andassimo giù noi, anziché aspettare che vengano su loro? Se andassimo a cercarli, anche se non lo meritano?».
Il Padre si fermò, guardò il Figlio in fondo agli occhi, chiamò lo Spirito... Pregarono… sì, pregarono. Anche Dio prega, tutti pregano. La preghiera è l’ossigeno dell’anima. Anche Dio ha un’anima. Anzi è l’anima! «Figliolo spiegati meglio. Come andiamo giù, incontro agli uomini? L’altra volta ho fatto per loro il mondo: il cielo, la terra, il mare, le stelle... Mi sembrava che una culla così bella nessuno sarebbe stato capace di farla. Hai visto come andò a finire? Per un capriccio, un atto d’egoismo, un “pomo” hanno rovesciato tutto il piano che avevo progettato per loro. Per un pomo! Capisci, figliolo?».

Il Figlio aspettò che il Padre finisse. Sentì la voce farsi profonda e commossa. Capì quanto fosse doloroso per un Padre così provvidente, avere le sue creature disperse, disorientate, lontane. Poi, il Figlio, cercò una panchina comoda, di fronte al mondo. Prese il Padre sottobraccio e se lo sedette vicino. Passarono alcuni momenti di intenso silenzio. Laggiù, tante ombre coprivano una parte del mondo. Il Figlio disse: «Abbà, papà, segui il mio ragionamento. Dimentica il tuo infinito dolore. Ascolta: “Sei il Dio onnipotente, Creatore, Signore, Condottiero... Se inventassimo un Dio debole, limitato, mite? Sei il Dio dei dieci comandamenti; se inventassimo il Dio di uno solo? Sei il Dio del tempio di Gerusalemme: se inventassimo il Dio della cena, della tavola? Sei il Dio che giusto; se ti tramutassi in un padre misericordioso che perdona sempre?».

Il Figlio, si fermò... E poi disse ciò che più lo affascinava: «E se andassi giù io e diventassi uomo tra gli uomini, povero tra i poveri, bambino tra i bambini, affamato tra gli affamati? Se entrassi in una nuova Eva, in un paesino sperduto e da là riportassi qui, nella tua casa, tutti gli Adamo e le Eva del mondo, i Caino e gli Abele, i Davide e i Golia?».

Il Padre guardò lo Spirito. E tutti e due guardarono il Figlio. A un tratto il volto del Padre si fece triste, misterioso, sofferente, vecchio d’un colpo. Quasi biascicando disse: «E se questo, Figlio mio, volesse dire morire, soffrire, pagare per tutti? Ce la farai? Sarai capace di arrivare fino in fondo? E noi, Padre e Spirito, saremo capaci di consumare con te questa tragedia d’amore? Ricordi con Abramo? Non ce l’ho fatta e gli ho fermato la mano sul figlio. Se dovessi per amore degli altri figli perduti, perdere te?».

Il silenzio fu infinito come il cielo. Il Figlio si strinse tra le braccia del Padre, e capì quanto fossero diventate piccole per il dolore che doveva affrontare. Anche Dio Padre, di fronte ai dolori del mondo, ha le braccia piccole. Poi, fu il Padre a decidere. «Ti chiamerai Gesù, nascerai da Maria, affronterai tante difficoltà e morirai in croce. Il resto te lo dirò man mano. Vai!». Lo baciò, lo abbracciò.

… E una donna, laggiù, capì di poter divenire madre anche senza conoscere uomo.

PER LA RIFLESSIONE A COPPIE E LA PREGHIERA PERSONALE

Per ognuna delle tappe presentate provate a chiedervi:

a. Che immagine di “famiglia ideale” e “ideale di famiglia” vediamo, in quella di Nazareth?

b. Quali “punti di contatto” notiamo rispetto alle nostre famiglie?

c. Cosa ha da dire oggi, nel XXI secolo, l’esperienza della famiglia di Nazareth?

d. Come far emergere nei nostri cammini di fede, l’umanità dell’esperienza della famiglia di Nazareth?

Documenti da scaricare:

Schema incontro

Pittura: Sacra Famiglia

Meditazione Biemmi