Incontro del 21 marzo 2015

BUON PASTORE 21.03.2015

MEDITAZIONE SUL GETSEMANI

PARROCCHIA “BUON PASTORE” GRUPPO FAMIGLIE 2014/2015

«PASSI DA ME QUESTO CALICE»

Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

Il brano di Gesù nell’orto degli ulivi (Mc 14,26-42) segue immediatamente quello della scena dell’ultima cena (Mc 14,22-25) e precede quelli che vedono Gesù catturato (Mc 14,43-52), portato davanti alle autorità religiose (Mc 14,53-71), condannato nel pretorio davanti a Pilato (Mc 15,1-15) e condotto sul Calvario per essere crocifisso e morire (Mc 16,16-39).
Il brano rivela il “mondo interiore” di Gesù dinanzi alla passione, ciò che lui prova. Tornerà questo mondo nell’affermazione sulla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” (Mc 15,34).

I personaggi
I personaggi presenti al Getsemani sono i discepoli e il Padre ai quali Gesù si rivolge: la cosa strana è che essi non dicono nulla. Addirittura Pietro, Giacomo e Giovanni dormono. Gesù è protagonista assoluto della scena, ma anche drammaticamente solo. «L’episodio è eminentemente cristologico, perché tutta l’attenzione è puntata su Gesù: gli altri personaggi ci sono, ma rimangono in ombra, sono come statue di gesso» (B. Maggioni, Meditazioni sul Vangelo di Marco, Ed. Messaggero Padova, pag.84).

Le parole di Gesù.
E Gesù come si presenta? Nella prima parte appare angosciato: «cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte”» (Mc 14,33-34)
Il verbo “cominciò” indica una azione puntuale che dura nel tempo e non solo un istante.
“A sentire paura e angoscia”: la traduzione tradisce il verbo greco che letteralmente indica “essere sotto shock”. Es. Dinanzi ad un evento esageratamente bello o al contrario troppo brutto, per qualche frangente si resta lì impietriti, senza parole, senza sapere cosa fare.
E’ talmente forte questo verbo che Matteo l’ha indebolito con “l’essere triste” e Luca lo omette del tutto. Il secondo termine “angoscia” è il verbo che significa: “essere fuori paese, fuori della patria, spaesato”, quindi anche impaurito, come uno straniero in una terra di cui non si conosce la lingua, le abitudini, lontano dalle sue sicurezze, agitato, sperduto.
Inoltre Gesù aggiunge, forse citando Giona: “La mia anima è triste fino alla morte” (Mc 14,34a): cioè “la mia anima è tristissima, arcitriste, da morire, mortalmente”.

Le azioni di Gesù
Come viene reso plasticamente questo stato interiore di Gesù? Con il suo andare e venire: egli va nella solitudine, ma non riesce a starci e allora torna dai discepoli per cercare compagnia, poi torna ancora nella solitudine.
Es. di quando andavo da fanciullo in estate in montagna con mia nonna. Non passavano due giorni che non sentissi il bisogno di tornare a casa. E poi quando ero a casa il desiderio di tornare in montagna.

La descrizione di Gesù davanti alla croce e davanti al Padre è molto umana. Anche Matteo e Luca che attenuano i toni drammatici non possono esimersi dal presentare un Gesù molto umano. E noi per rispetto al racconto dobbiamo essere attenti a non storpiarne il valore.
Non introduciamo nel testo elementi che non ci sono e che tentano di appiattire l’umanità di Gesù in una sorta di patina esteriore, lucida, bella, ma finta. E con la scusa di dire che Gesù non può aver provato questi sentimenti, tipici di chi è debole, fragile, vittima.
Es. di immagini di alcuni santini dove Gesù è lì in ginocchio, quasi in estasi, con le mani giunte (in questi mi piace la scena iniziale del film di Gibson, dove si vede un Gesù prostrato con la faccia che tocca la terra).
Si motiva l’angoscia di Gesù al fatto che egli deve pagare il prezzo dei peccati del mondo dai quali rimane schiacciato: ma queste sono interpretazioni scorrette del testo! L’elemento soteriologico, cioè della salvezza dei peccati dell’umanità attribuita alla morte di Gesù è tardiva e la troviamo solo a partire dal II° sec. nei documenti della Chiesa.
Sembra quasi che dobbiamo vergognarci dell’angoscia provata da Gesù! Perché dobbiamo nobilitarla? E’ invece proprio l’elemento che mostra la bellezza di un Dio che è sceso, si è abbassato, fino in fondo!
Es. E’ quello che stiamo incontrando nell’umanità dell’amore umano: perché dovremmo vergognarci di dire che l’amore di un uomo e di una donna è alla base di ogni unione matrimoniale, anche di quella non cristiana e fondata sul sacramento?
Temiamo che l’affermare e l’essere convinti di ciò sminuisca l’amore cristiano?
Ma affermare l’umanità di Gesù non svilisce il suo essere Figlio di Dio!
Riconoscere la dignità di ogni persona per il fatto di essere una creatura umana, non vuol dire abbassare e declassare quella del cristiano.

Si avvertono sicuramente dei contrasti nel racconto della passione: nell’ultima cena (Mc 14,22-25) ci viene presentato un Gesù sereno, pacato.
Mentre subito dopo, nel Getsemani, cambia radicalmente atteggiamento. Alcuni studiosi cercano di spiegare la cosa dal punto di vista letterario e redazionale, alludendo al fatto che Marco abbia attinto a due fonti diverse e abbia messo insieme perciò due testi tra loro incompatibili.
Ma è un po’ macchinosa questa spiegazione. Non è più semplice affermare che Gesù sperimenta semplicemente quello che avviene nella vita? E cioè che dinanzi ad un fatto drammatico si possa reagire con angoscia e serenità contemporaneamente?
Es. del giocatore del Chievo che ha subito un grave infortunio. Si può vivere in entrambi i modi: per chi esalta le prestazioni tecniche del giocatore è un dramma che stia fuori per sei mesi; per chi asseconda la sua professione è già cosa positiva che possa tornare a camminare.
Gesù stesso introduce questa specie di contraddizione quando usa l’espressione «Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mc 14,38), la quale non vuol dire che una parte di lui è pronta, mentre l’altra non lo è. Spirito e carne indicano l’uomo nella sua interezza. Non esiste nell’uomo una parte (quella spirituale) più malleabile e pronta all’incontro con Dio e l’altra (la carne) che tira indietro; con l’assurdità, tra l’altro, che pur essendo la carne più debole, ha sempre la meglio sullo spirito più forte.

Il dialogo di Gesù col Padre
Le parole di Gesù, rimarcate ben cinque volte dai termini “disse/diceva/dice” fanno del brano in questione una specie di dialogo e non una semplice descrizione dei fatti.
Un dialogo strano, perché Gesù dice ai discepoli alcune cose e al Padre altre, ma sia i discepoli, sia Dio tacciono, non dicono nulla. Gesù nel Getsemani viene presentato molto solo.
Il verbo “dire” le prime due volte è all’aoristo e quindi esprime una azione puntuale e passata, la terza volta è espressa al tempo imperfetto “diceva” e quindi esprime un’azione ripetuta, lunga, continuativa. Il contenuto di questo “diceva” è la preghiera: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36).
Siamo al centro di tutto il racconto e allora soffermiamoci con più attenzione.
A differenza di altre volte dove si dice che Gesù si ritira a pregare, ma non viene detto il contenuto della preghiera, qui invece viene esplicitato e anche nella formula classica. Difatti nessuno sente quello che Gesù dice! (c’è chi vede nel misterioso giovane che fugge ignudo del vestito bianco che indossava, l’autore del Vangelo e perciò un possibile testimone).
Ecco come si struttura il testo:

  • a. Invocazione: Abbà! Padre!
  • b. Professione di fede: tutto è possibile a te
  • c. La domanda: allontana da me questo calice
  • d. La consegna: non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu

  • a. Invocazione: Abbà! Padre!
    Proprio nel momento di maggior angoscia e abbandono Gesù si rivolge al Padre; proprio nella situazione di totale abbandono e solitudine (i discepoli dormono e Dio sembra fare lo stesso) l’evangelista mette sulla labbra di Gesù la modalità più tenera e filiale del rivolgersi a Dio: “Abba! Padre!”.
    Gesù crede ancora nella forza del Padre e del suo amore: questo è un miracolo! Gesù è nell’angoscia eppure affiora la sua consapevolezza di essere figlio.

  • b. Professione di fede: tutto è possibile a te
    E’ un Padre a cui tutto è possibile: se Dio fosse Padre ma non onnipotente, come lo si potrebbe invocare? Non gli si può chiedere di liberarci se non può!
    Se fosse onnipotente, ma non Padre non lo si pregherebbe, perché non ci vorrebbe bene.

  • c. La domanda: allontana da me questo calice
    Essendo Padre e potendo tutto lo si prega per la cosa più normale e umana: “allontana da me questo calice”. Marco non mette per prima l’invocazione: “sia fatta la tua volontà” . Il dramma è proprio questo: se Dio è Padre ed è onnipotente, perché allora non allontana la sofferenza del figlio? L’unico al mondo che ha diritto di scandalizzarsi del male è il credente, perché si affida ad un Dio che è buono e potente: e allora perché esiste il male?
    “Se Dio può impedire il male, ma non vuole allora è malvagio. Se vuole, ma non può allora è impotente”
    Chi non crede in un Dio trascendente, dinanzi al male se la prende col caso, con la natura umana, con la fatalità.

  • d. La consegna: non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu
    Contrasta questa affermazione con la precedente: c’è un dissidio interno a Gesù, tra quello che intuisce essere un desiderio umano di vivere e una prospettiva che va oltre i propri piani. Interessante che qui Gesù premetta alla volontà di Dio, la propria, espressa nella domanda:
    “Allontana da me questo calice” . Di solito noi preghiamo:
    “Padre sia fatta la tua volontà, però, se puoi fammi guarire”.
    Una preghiera rabbinica fatta recitare ai morenti, dice: “O Dio puoi tutto. Non vorrei morire, ma sono pronto”. Così Gesù manifesta tutto il suo desiderio di voler vivere.
    E dovrebbe essere così. Guai a far dire ad un morente: “Signore che io muoia è la tua volontà e io l’accetto!!!!”
    L’episodio del Getsemani è veramente un quadro che presenta la profonda umanità di Gesù: anche di fronte a Dio, egli è veramente uomo.

Getsemani e Trasfigurazione
Interessante vedere in intima connessione i due fatti: sul Tabor Gesù rivela la sua divinità, tra l’altro con la presenza degli stessi tre discepoli.
Al Getsemani Gesù rivela la sua umanità.
Nel primo episodio una rivelazione verso l’alto; nel secondo una rivelazione verso il basso.
Non si può comprendere l’identità di Gesù Figlio di Dio se non in unione al suo essere uomo e viceversa l’umanità di Gesù se non in relazione al suo essere Figlio di Dio.
Siamo portati ad esaltare la divinità di Gesù che più si confà alla sua identità e a sminuire la sua umanità più facilmente attribuita alla nostra esperienza.
Ma Gesù è pienamente uomo e sperimenta tutto della condizione umana eccetto il peccato.
Nel brano del Getsemani è evidente la tensione tra Gesù e i discepoli, ma anche nel rapporto con Dio.
Sul Tabor Dio aveva parlato, qui no. Non dice alcuna parola.
Il silenzio di Dio dice molto di una modalità tipica dell’esperienza biblica (cfr. Abramo. Giobbe. Geremia) Una tensione che si placa quando Gesù prende in mano la situazione e con pacata serenità afferma: Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
Dopo tanta delusione e apparente rassegnazione di Gesù per l’incapacità dei discepoli di vegliare e di Dio di parlare, sembra rimettersi in piedi e addirittura precedere Giuda che sta per arrivare. Come mai questo cambiamento? Perché Gesù ha pregato e quindi il Padre, apparentemente in silenzio, ha parlato e l’ha trasformato, gli ha ridato in mano il proprio destino. L’esortazione di Gesù rivolto ai discepoli: “Alziamoci e andiamo” (Mc 14,42) è un ultimo invito alla sequela, che purtroppo cadrà nel vuoto perché “tutti lo abbandonarono e fuggirono” (Mc 14,50).
Si può leggere questo passaggio dal punto di vista morale e dire che come Gesù pregando è stato aiutato a superare la prova, così il cristiano se si affida a Dio può uscire fuori dalle prove della vita. Ma questo non è il centro del racconto. Il nodo centrale e fulcro essenziale è la figura di Gesù che qui più che essere dalla parte di Dio verso l’uomo è dalla parte dell’uomo dinanzi a Dio. Altre volte Gesù raccoglie le richieste degli uomini e le presenta a Dio (cfr. episodio del lebbroso 1,40-45) ; qui è lui in prima persona ad essere l’uomo che si presenta davanti a Dio con le proprie domande.

La scena dell’arresto (Mc 14,43-53)
Spesso viene identificato l’arresto di Gesù con il bacio e il tradimento di Giuda; ma Giuda è uno dei dodici e quindi a tradire Gesù è l’incomprensione di tutto il gruppo dei discepoli. Tra l’altro, spesso assecondato, Marco descrive anche il gesto di uno dei discepoli che estrae la spada e colpisce un soldato all’orecchio (Mc 14,47).
I discepoli dimenticano che la logica non è quella della violenza, ma dell’amore e che Gesù, avesse voluto, avrebbe potuto scansare la morte senza bisogno di aiuti dall’esterno. Egli è ormai al centro della scena e d’ora in poi tutto avviene perché si adempiano le Scritture (Mc 14,49b).
Quanto avviene non è frutto del destino, ma obbedienza alle Scritture che non sono previsione del futuro, ma promessa di una liberazione già compiuta da Dio nell’Esodo e portata a compimento da Gesù.
Egli si consegna nelle mani degli uomini: bello questo verbo che dice un atto libero e non causato dalla volontà degli altri e nello stesso tempo esprime una “attiva rassegnazione” dinanzi alla durezza dei cuori.
Gesù si affida ad un Dio che si arrende dinanzi all’ostinazione degli uomini e accetta che la loro risposta sia un “no” al suo amore giusto e non violento.

La conclusione non è quella di prendere un proposito e un impegno di vita sulla scorta di quello che Gesù ha vissuto: guardiamo, gustiamo, ringraziamo, meravigliamoci. E basta!